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giovedì 12 marzo 2009

Il futuro delle telecomunicazioni

Per il mio lavoro mi capita spesso di leggere report e studi vari, per di cercare di capire quale potrebbe essere il futuro del mercato delle telecomunicazioni; voglio allora mettere “nero su bianco” alcune riflessioni.

La situazione del mercato

Un dato di fatto innegabile è che, negli ultimi anni, nei paesi sviluppati (Europa in testa) la crescita del mercato delle telecomunicazioni si è notevolmente ridotta, se non del tutto arrestata. Il settore delle telecomunicazioni fisse è da tempo stagnante, nonostante la diffusione della banda larga, mentre quello mobile, per anni traino dell’intero mercato, sta sempre più rallentando.

I Service Provider tradizionali, come Telecom Italia, stanno quindi assistendo ad una considerevole riduzione dei ricavi e ad un’ancora maggiore riduzione dei margini provenienti dalla “voce”, sia fissa che mobile, a causa di alcuni fattori concomitanti: ad esempio la cessazione di linee fisse (sostituzione fisso - mobile), la diffusione del VoIP e di metodi di comunicazione alternativi alla “telefonata” (specialmente tra i giovani) come instant messaging e chat, la crescente competizione, l’azione degli enti regolatori (taglio delle tariffe di roaming e di terminazione), la saturazione del mercato.

In pratica, se per il settore mobile i ricavi totali stanno ancora aumentando grazie ai “servizi a valore aggiunto” (ma la crescita sta rallentando anno su anno), per i servizi voce sia mobili sia fissi l’ARPU (i ricavi medi per utente) e l’AMPU (i margini) stanno calando.

Il comportamento dei giovani

Un’altra preoccupazione per gli operatori telefonici tradizionali viene dai clienti giovani, che abitualmente sono i primi ad adottare le nuove tecnologie e che stanno mostrando abitudini molto differenziate relativamente alle telecomunicazioni: tendono, infatti, ad utilizzare sistemi di messaggistica (IM, SMS, ecc.) per comunicare con gli amici, mentre usano il telefono (mobile e, più raramente, fisso) quasi esclusivamente per chiamare i genitori e i familiari.

I giovani, inoltre, mostrano molti altri comportamenti diversi rispetto ai clienti “maturi” in relazione alle tecnologie di telecomunicazione e alle applicazioni utilizzate: ad esempio, mostrano una “fedeltà al marchio” molto limitata, usano applicazioni peer - to - peer, spingono per il “Personal Broadband” (utilizzo dei servizi Internet quando e dove vogliono su terminali personali), sono utenti fedeli e appassionati di siti di “social networking”.

I service provider devono considerare attentamente queste tendenze perché, mano a mano che questi giovani (la “generazione Internet”) crescono e diventano la principale base di utenti dei servizi di telecomunicazione, sono propensi a conservare le loro abitudini e i loro comportamenti.

La “rivoluzione Internet”

In sostanza, quello che sta plasmando le abitudini e le tendenze degli utenti dei servizi di comunicazione è la cosiddetta “Internet revolution”: l’esistenza di una rete globale che potenzialmente può interconnettere ogni persona (e/o oggetto) nel mondo, la disponibilità di applicazioni e contenuti multimediali di tutti i tipi e spesso gratuiti, la possibilità per l’utente di produrre applicazioni e ogni sorta di “creazione digitale” (musica, video, immagini, ecc.) e di renderli disponibili per un pubblico virtualmente illimitato.

Questa rivoluzione è continuamente alimentata dagli impressionanti progressi tecnologici degli ultimi anni relativamente ai processori, alle memorie e ai dischi, alla banda larga, al wireless (es. WiFi/WiMax, UMTS, ecc.), al software. Ormai non solo è possibile per ognuno avere un dispositivo capace di ricevere, creare, modificare e trasmettere enormi quantità di informazioni digitali, ma potrebbe anche essere possibile diffondere capacità computazionali e di memorizzazione all’interno di praticamente tutti gli oggetti che usiamo nella nostra vita; e, con una connessione permanente ad Internet, le persone e gli oggetti potrebbero costantemente comunicare e condividere informazioni di ogni tipo.

Il fenomeno Internet ha anche un impatto notevole sull’evoluzione a lungo termine delle reti. Tradizionalmente, le telecomunicazioni sono sempre state basate su terminali “stupidi” (es. i telefoni di casa) che fanno affidamento sull’intelligenza della rete per fornire i servizi ai clienti; da parte sua, invece, Internet è una rete “stupida”, nel senso che non ha coscienza delle applicazioni e dei servizi trasportati: il suo compito è di consegnare i pacchetti di dati in maniera efficiente da una sorgente ad una destinazione. L’intelligenza è nei terminali (vale a dire nelle sofisticate applicazioni software in esecuzione al loro interno), che sono gli unici che conoscono cosa significano i bit che ricevono e trasmettono.

I nuovi service provider

Gli operatori stanno già subendo alcune conseguenze di questa rivoluzione, che si riflette nei risultati economici negativi descritti in precedenza. Il fatto che le applicazioni siano disaccoppiate dalla rete significa che qualunque “terza parte” può creare applicazioni e servizi e fornirli ai clienti (diventando così un “service provider”), anche se non ha nessun controllo della rete. Negli ultimi anni molti di questi service provider (gli “over the top”) stanno avendo un sempre maggior successo, in particolare tra gli utenti più giovani, e alcuni di questi hanno creato servizi e modelli di business del tutto nuovi. Aziende come Google, Skype, Yahoo!, YouTube, Facebook sono i nomi più importanti, ma chiunque può creare e proporre nuovi servizi e contenuti, non solo i service provider; alcuni dei servizi di maggior successo, come MySpace, Facebook o Flickr (senza dimenticare tutti i blog, come questo!), si basano proprio sul concetto di “contenuti generati dall’utente” (user-generated content), facilitando l’aggregazione degli utenti e la condivisione di foto, video, ecc.

Allo stesso tempo, gli sviluppatori di applicazioni che lavorano su Internet hanno la possibilità di creare e immettere sul mercato applicazioni di nicchia in un modo efficiente e remunerativo, soddisfacendo i bisogni della “coda lunga” (come descritto da Chris Anderson nel suo articolo e nel libro omonimo).

In altre parole, quello che gli utenti Internet chiedono prima di tutto agli operatori tradizionali è un accesso ad Internet veloce, economico e disponibile dovunque ne abbiano bisogno, ma vogliono avere la possibilità di fruire i servizi desiderati da qualunque fornitore esistente: gli approcci verticali o “walled garden” (in cui gli utenti sono obbligati a fruire dei servizi e dei contenuti forniti dall’access provider o da partner da questo scelti) non sono più in sintonia con le abitudini e i desideri dei clienti.

I servizi richiesti dalla “generazione Internet” consistono per lo più in un gran numero di piccole applicazioni di nicchia altamente personalizzate: per un service provider tradizionale in problema non è tanto concepire o creare questi servizi innovativi, ma metterli sul mercato e venderli in modo remunerativo usando le sue leve abituali (forze vendita per i clienti business, pubblicità e canali di distribuzione per i residenziali, ecc.). Le telecom sono abituate, infatti, a vendere un insieme di servizi relativamente piccolo ad un’ampia base di clienti, e in questo modo hanno la possibilità di sostenere tutti i costi relativi al marketing e alle vendite di tali servizi.

D’altro canto, gli “over the top” non solo hanno la capacità di creare servizi innovativi, ma possono anche proporli ad un mercato globale e diffonderli sfruttando tecniche di “marketing virale” servendosi delle “social network” esistenti. In questo modo possono riversare sul mercato un gran numero di servizi in modo efficace (in termini di “time to market”, costi e target di mercato raggiungibile), anche indirizzando un gruppo di utenti relativamente piccolo.

Cosa può fare un operatore tradizionale?

Queste tendenze stanno perciò producendo una trasformazione nel mercato delle telecomunicazioni, per cui le telecom rischiano di ridursi a fornitori di puro accesso e trasporto IP, distinti dai fornitori di servizi.

In questo fosco scenario, da alcuni chiamato “Teleapocalisse”, gli operatori tradizionali (fissi e mobili) si trasformerebbero in aziende tipo “utility” e non avrebbero la forza di investire nell’innovazione della rete e dei servizi. Il mercato vedrebbe la sopravvivenza solo di un numero limitato di operatori, eventualmente sovvenzionati dallo stato. Gli enti regolatori obbligherebbero l’applicazione di politiche di “accesso al costo” e di “net neutrality” che faciliterebbero la competizione da parte dei fornitori di servizi.

Se queste previsioni si avverassero, le telecom non potrebbero far altro che:

  • focalizzarsi sulla qualità e la soddisfazione dei clienti, cercando di mantenere la quota di mercato sui servizi voce e di accesso broadband

  • razionalizzare e ottimizzare la rete tradizionale per ridurre i costi e aumentare così i margini
Come detto, in questo contesto i piccoli operatori sarebbero fuori dal mercato, e si assisterebbe ad acquisizioni e fusioni tra provider, con il rischio per gli operatori europei di essere bersaglio di scalate da parte dei più ricchi carrier nord americani o asiatici. In questo scenario, gli investimenti in innovazione di rete sarebbero estremamente limitati se non del tutto assenti, e quindi non sarebbe difficile una realizzazione piena della “rivoluzione Internet” così come precedentemente descritta.

Questo è ovviamente lo scenario più negativo e pessimistico; c’è, infatti, ancora la possibilità di un cambiamento di rotta verso un futuro più favorevole per gli operatori europei. Questo nuovo scenario necessita di azioni concrete e incisive da parte sia dell’Unione Europea sia dei singoli enti regolatori per permettere massicci investimenti da parte degli operatori per la realizzazione di nuove infrastrutture di rete: accessi ultra-broadband (FTTx), broadband wireless (femtocelle, WiMax, LTE), evoluzione del service layer (NGN/IMS).

Per quanto riguarda in particolare l’innovazione della rete attraverso un’architettura IMS (IP Multimedia Subsystem), è da notare che questa non solo potrebbe permettere all’operatore di introdurre servizi innovativi in maniera flessibile, rapida ed economica (per competere con gli altri service provider), ma abiliterebbe anche nuovi modelli di business. Ad esempio l’operatore potrebbe, attraverso la cosiddetta “Service Exposure”, offrire servizi “base” (controllo della sessione, registrazione/identificazione degli utenti, stato di presence, …) ad altri service provider che li utilizzerebbero per creare servizi e applicazioni (concetto di “mashup”) da rivendere sul mercato.

Quale scenario diventerà realtà? Forse nessuno dei due, anche se, vedendo il continuo posticipare degli investimenti da parte di molti operatori europei (e questa “impasse” è aggravata dalla crisi economica e finanziaria), la strada sembra portare verso l’Apocalisse…

[per approfondire queste tematiche, vi consiglio, oltre agli scritti di Chris Anderson, il report “Telecoms in Europe 2015” di IDATE e l’articolo di Alfonso Fuggetta “The Net is Flat”, tutti disponibili sulla rete]

giovedì 13 novembre 2008

Internet e le microonde

No, non intendo scrivere di innovativi sistemi di accesso “wireless” alla rete… voglio solo raccontare un episodio che mi è appena accaduto, e che mi ha portato a qualche riflessione sulla facilità di trovare (specialmente su Internet) notizie del tutto infondate spacciate per vere, da cui si traggono convinzioni del tutto errate.

Qualche giorno fa mia moglie è tornata a casa uno pseudo-giornale che gli avevano venduto (per ben 3 euro!) in un supermercato "biologico"; questa pubblicazione tratta diversi argomenti, dagli OGM all’agricoltura biologica, fino ai rimedi naturali per i malanni di stagione.

Ma quello che ha colpito la nostra attenzione è stato un articolo intitolato “I forni a microonde sono pericolosi per la salute”. Io non sono un medico, un chimico o tantomeno un biologo, ma già ad una prima lettura mi è sembrato un insieme di inverosimili idiozie; ma, principalmente per convincere mia moglie e portarle qualche prova concreta, mi sono deciso a fare qualche indagine su Internet.

Con una semplice ricerca sui siti italiani sull’eventuale dannosità dei forni a microonde, a parte ovvi discorsi sulla pericolosità intrinseca delle microonde stesse (ma i forni attuali sono sicurissimi, se non vengono danneggiati), l’unico articolo che si trova è lo stesso presente sulla rivista, a volte con qualche variante (anche molto estesa) o aggiunta. E lo si ritrova ripetuto centinaia di volte, principalmente in blog, siti di medicina alternativa o simili. Il fatto che sia l’unico risultato che si trova è sospetto, ma non è una prova che sia un’idiozia. Per completezza, ecco il link ad uno dei tanti siti che riportano l’articolo:

http://www.laleva.cc/ambiente/microonde.html

A fatica si trovano un paio di siti italiani che cercano di controbattere in modo razionale e argomentato ai discorsi presenti nell’articolo. Neanche il sito del mitico Paolo Attivissimo si è (ancora?) occupato della questione. Un paio di pezzi interessanti si possono leggere su:

http://ulisse.sissa.it/chiediAUlisse/domanda/2004/Ucau040313d002

http://allarovescia.blogspot.com/2008/04/forno-micro-onde.html

Estendendo la ricerca ai siti in lingua inglese, invece, si riescono a trovare molti più articoli che demoliscono la tesi sulla pericolosità dei forni a microonde. Mi è piaciuto molto l’articolo sulla rivista Skeptic che potete trovare qui, e anche il pezzo che potete leggere qui.

Ma, a parte il fatto che mi sono ancor più convinto che la cottura al microonde è più salutare di ogni altro metodo, a cosa mi è servita questa esperienza?

Sostanzialmente a riflettere su alcune questioni:

  • Su quanto siamo “creduloni” e ci facciamo impressionare da quello che leggiamo: basta che un articolo sia scritto (non importa dove) e infarcito con termini scientifici, riferimenti a eventi più o meno vaghi e “prove” di esperimenti, che a noi pare vero. Se poi l’articolo in questione si scaglia contro la tecnologia accusandola di ogni male… allora deve per forza essere vero!
  • Su quale sia il potere in mano a chi fa informazione, e quanto sia più facile fare il “copia e incolla” da Internet di una “notizia” piuttosto che verificare le fonti e cercare di appurarne la veridicità. E dire che ci vuole così poco per effettuare qualche ricerca…
  • Su quanto sia facile su Internet costruirsi una reputazione del tutto falsa, che quindi può dare credibilità alle proprie affermazioni: ad esempio, il “protagonista” indiscusso dell’articolo incriminato è un sedicente dottor Hans-Urich (o Ulrich) Hertel, che sembra essere un serissimo scienziato perseguitato dal mondo intero, in particolare dal governo svizzero che ha fatto di tutto per metterlo a tacere e nascondere i risultati delle sue ricerche. In realtà si tratta di un agronomo svizzero, fondatore di un’organizzazione chiamata “World Foundation for Natural Science” (vi consiglio il sito per farvi quattro risate) e condannato dalla giustizia svizzera per razzismo e anti-semitismo (“Skeptic” riporta che una sua frase sul popolo ebraico sarebbe: “they have no right to exist”… e ho detto tutto). Ma, più che altro, le sue ricerche sono prive di una qualsiasi validità scientifica e i risultati sono del tutto opinabili (tanto che il professor Blanc, co-autore dell’esperimento sui forni a microonde, ha preso le distanze dalle conclusioni tratte da Hertel che furono pubblicate senza il suo consenso).

Insomma, attenzione a quello che leggiamo (specialmente su Internet, ma non solo), se possibile verifichiamole prima di diffonderle... e forza col forno a microonde!

giovedì 13 marzo 2008

Best blogs

For English version see below


Qualche giorno fa, The Observer ha pubblicato la lista dei 50 blog più importanti e influenti del mondo; stranamente non è citato questo mio blog, ma forse solo perché ho cominciato da troppo poco tempo… :-)

Per “orgoglio nazionale” non posso non citare la presenza al nono posto del blog di Beppe Grillo, la cui fama, dopo l’innegabile successo di iniziative come il V-Day, ha varcato i confini nazionali!

Il podio è composto da:

Vero e proprio “giornale” sul web, creato dalla milionaria Arianna Huffington, che ospita sul suo blog anche articoli di giornalisti professionisti e celebrità. Politica, attualità, cronaca, spettacolo, economia: tutti gli argomenti sono trattati su questo blog, in una maniera decisamente progressista e liberale. Questo sito è la dimostrazione che, anche su Internet, il successo è spesso figlio di una saggia campagna di marketing e di buone disponibilità economiche…

Un “elenco di cose meravigliose”, come recita il sottotitolo; al momento si può trovare ad esempio un articolo su un modello di pantaloni ricavati dalle tende dell’esercito inglese della Seconda Guerra Mondiale. Ma, più che altro, ci sono notizie di tutti i generi, per lo più “strane”, alternative, vale a dire introvabili sui canali “tradizionali”; insieme a prese di posizione che vanno contro i “poteri forti”. Per questo, Boing Boing rappresenta uno dei siti simbolo di Internet come un mezzo di espressione libero dai condizionamenti dei governi e delle grandi corporation.

Secondo “The Observer”, quando si parla di tecnologia e di web, questo è il blog per eccellenza; anche questo non si fa mancare una vena di aggressività e di polemica verso i media tradizionali e i poteri costituiti, secondo il “vero” spirito libero di Internet.

Come tutte le classifiche, anche questa è opinabile, e ha suscitato molte reazioni negative, per la presenza di alcuni siti e l’assenza di altri; probabilmente sarebbe stato più onesto (e avrebbe sollevato meno polemiche) chiamarlo “i 50 blog preferiti da noi all’Observer”!


Some days ago, The Observer published the list of the 50 most important blogs in the world; what’s strange, this blog is not mentioned, maybe because I started blogging just a few weeks ago… :-)

For “national pride”, I have to mention the presence, at the ninth place, of Beppe Grillo’s blog: it seems that his notoriety has crossed the Italian border, probably after the undeniable success of the “v-day” and other initiatives like this one.

The first three blogs are:

It’s a real web-based journal, created by the millionaire Arianna Huffington, who hosts on her blog also articles from professional journalists and celebrities. Politics, reports, news, entertainment, business: all subjects are discussed on this blog, in a definitely progressive and liberal way. It’s the demonstration that, on the Internet too, success is the consequence of a good marketing campaign and great financial means…

“A Directory of Wonderful Things”, as you can read in the subtitle; as an example, in this moment you can find a post about some trousers obtained from recycled WWII British army tents. More than this, there are news of all kinds, mainly “weird”, alternative, i.e. that you can’t find on traditional media; together with ultra-liberal political comments from the authors. For these reasons, Boing Boing is a model for everybody that considers Internet as a media free from all conditionings from governments and corporations.

According to “The Observer, when it’s about technology and web, this is the blog par excellence. But in the real Internet “free spirit”, you can always find aggressive opinions and arguments against traditional media and political power.

Like all charts, this one is questionable, and in fact it caused many negative reactions, because of the presence of some sites, and the absence of others; maybe it would have been more honest (and it would have provoked less arguments) to call the article “The Observer’s favourite 50 blogs”!

venerdì 29 febbraio 2008

The long tail

Some days ago I was reading a technical white paper when I came across an expression I had never heard before: “the long tail”… what is it?

So I decided to Google it, and a new world was revealed to my eyes! I happened to learn some interesting concepts, that here I’d like to share with you.

The “long tail” was used for the first time by Chris Anderson in an editorial that appeared on the Wired magazine on October 2004; it was about the transformations that Internet and the digital technologies are producing to the entertainment market. The success of this article induced the author to publish a book on this topic in 2006 (“ The Long Tail: Why the Future of Business is Selling Less of More”).

The idea that lies behind is quite simple: thanks to new technologies and to the widespread use of Internet, consumers can now acquire “contents” (music, movies, books, etc.) in new formats (e.g. mp3 files) and/or using new distribution channels (e.g. Amazon, iTunes, eBay, etc.). This implies that now we live in the “world of abundance”, because we are not limited anymore in our choices about what we want to read, listen or see. On the Internet we can find any book ever written, and we have a choice far broader than we can have in any bookstore; and we can say the same things about CDs, DVDs, radio stations, etc.

On the other hand, the traditional ways of content distribution are limited by the physical world: there are limitations in the shops’ space (it’s necessary to sell enough copies of any book, CD, etc. in order to pay for the space it occupies), limitations in the reachable audience (any cinema or shop “attracts” consumers from a restricted area), limitations in the frequencies available for radio or TV stations, etc.

These limitations bring (or, at least, contribute) to the “blockbuster tyranny”: only commercial hits can guarantee profitability to shops’ and cinemas’ owners. That’s why almost only “popular” TV shows are broadcasted, only best-sellers are exhibited in bookshops, and only blockbusters are shown at cinemas. So we can say that the “low level” entertainment that we get (at least in Italy) is the market answer to the physical space limitations. In the “traditional” world it’s not possible to provide everyone with the content he desires.

But now things are changing.

Let’s take an on-line music distribution service as an example (say, iTunes). It gives its users the possibility to choose among hundreds of thousands songs. OK, most sales are in the “top 10,000” titles (the same that you could find in a good record shop, like Tower Records); but also all the other songs make some money and, as there’s a huge number of them, the total amount of revenues is considerable. And these revenues are not addressable by a traditional shop, because it does not have those songs at all, as they don’t sell enough to be profitable. iTunes doesn’t have this problems, because the service is purely digital, with no warehouse costs and hardly no distribution costs: for iTunes, any song, even those that cannot be considered “hits” (because the sell few copies), is a success, because it guarantees the same profits of a hit song. And there are much more “non hits” than “hits”!

The demand curve is therefore characterized by a “peak” that corresponds to the few hits, and a long “tail” for all the other titles: this is the “long tail”. A surprising feature of this tail is its size: the market of the “misses” is usually larger than the market of the “hits”! This is why on-line services like Amazon are so successful; Amazon, in fact, gain most earnings from its “low success” titles, the ones that a traditional bookstore do not have on its catalogue.

Another interesting implication is that this data shows that people’s tastes are not so “mainstream”, and that the cultural levelling is caused by lack of choice and alternatives. Almost all songs of iTunes’ infinite catalogue have an audience…

For everybody who sells goods or mass services, the future is in the “long tail”, in the capability to address this “mass of markets” in an efficient and profitable way. These concepts can also be extended beyond the entertainment market, e.g. to the telecommunication services market (the one I am interested in); in this moment, in fact, service providers are transforming (or will soon be obliged to do so) in order to face competition coming from new parts (Skype, Google, etc.). And one of the new revenue sources that have a high potential is the introduction of innovative “niche” services, which address the needs of the long tail.

martedì 26 febbraio 2008

[IT] La coda lunga

English version will follow soon...

Qualche giorno fa stavo leggendo un “white paper” (in inglese) su argomenti discretamente tecnici, quando, nell’introduzione, mi imbatto nell’espressione “long tail”… che sarà mai? Forse faccio la figura dell’ignorante, ma non l’avevo mai sentita prima!

A questo punto non mi resta che “googlare” queste due parole e… BAM!, mi si apre un mondo! Sono arrivato ad apprendere alcuni interessanti concetti, che mi fa piacere condividere qui con voi.

L’espressione “long tail” (o “coda lunga” in italiano) è stata coniata da Chris Anderson in un articolo (apparso su Wired nell’ottobre del 2004) che trattava delle trasformazioni del mondo dell’intrattenimento portate da Internet e dalle tecnologie digitali; lo stesso articolo è stato nel 2006 espanso dallo stesso autore in un libro (che mi appresto ad acquistare), “La coda lunga. Da un mercato di massa a una massa di mercati”.

Il concetto espresso è tutto sommato semplice: grazie alle nuove tecnologie e alla diffusione di Internet, i consumatori possono acquisire contenuti (musica, film, libri, ecc.) in nuovi formati (es. file mp3) e/o attraverso nuovi canali di distribuzione (es. Amazon, iTunes, eBay, ecc.). Questo comporta che adesso viviamo nel “mondo dell’abbondanza”, perché non siamo più limitati nella scelta di cosa vogliamo leggere, ascoltare o vedere. Su Internet possiamo trovare qualunque libro sia mai stato stampato, con una scelta enormemente maggiore di qualunque libreria; e lo stesso si può dire per i CD, DVD, stazioni radio, ecc.

Il modo tradizionale della distribuzione dei contenuti, al contrario, soffre delle limitazioni del mondo “fisico”: limitazioni di spazio nei negozi (ogni libro, CD, ecc. deve poter vendere abbastanza da ripagare lo spazio che occupa), limitazioni nel pubblico raggiungibile (ogni cinema o negozio “attira” consumatori da un’area ridotta), limitazioni nello spettro disponibile per le stazioni radio o televisive, ecc.

È stato questo che ha portato (o quanto meno ha contribuito) all’instaurarsi della “tirannia” del blockbuster: solo i successi commerciali danno la garanzia di poter ripagare i costi sostenuti per la loro commercializzazione. Quindi la presenza esclusiva di programmi “popolari” in televisione, o di best-seller nelle librerie, o di blockbuster al cinema deriva (ovviamente) da questioni economiche che sono però causate dalle limitazioni sopra descritte: i gusti popolari che vediamo imperversare in tutte le forme di intrattenimento sono la risposta del mercato alla mancanza di “spazio” fisico. Nel mondo “tradizionale” non è possibile distribuire qualunque contenuto a chiunque.

Adesso, come dicevo poco sopra, le cose sono cambiate.

Prendiamo come esempio un servizio di distribuzione di musica on-line (come iTunes), che rende disponibile ai propri utenti centinaia di migliaia di canzoni. E se è sempre vero che la maggior parte delle vendite è nelle “top 10.000” (le stesse che si potrebbero trovare in un negozio di dischi ben fornito), le altre vendono lo stesso: magari molto meno, forse una canzone viene venduta solo un paio di volte al mese, ma (visto che si tratta di centinaia di migliaia di titoli) la somma totale dei ricavi su queste canzoni è molto elevato. E si tratta di ricavi ai quali un negozio tradizionale non può puntare, perché non dispone di quei titoli, in quanto venderebbero troppo poco per poter essere profittevoli. Per iTunes il problema non si pone, in quanto il servizio è puramente digitale, quindi senza costi di “magazzino” e pochissimi costi di distribuzione: per iTunes ogni canzone, anche quella che non può essere considerata un “hit” (perché vende poche copie), è sempre un successo, perché garantisce gli stessi margini delle altre. E ci sono molti più “non hit” rispetto agli “hit”.

La curva di domanda è quindi caratterizzata da un “picco” in corrispondenza dei pochi hit, e da una lunga “coda”, che non va a zero, per tutti gli altri titoli venduti: questa è la “coda lunga”. Una caratteristica sorprendente di questa coda sono le sue dimensioni: il mercato dei “mancati successi” è in genere maggiore di quello dei successi commerciali! È su questo risultato che sono basati i successi planetari di servizi come Amazon, che ottiene la maggioranza dei guadagni dai libri meno di successo, quelli che una libreria tradizionale nemmeno ha a disposizione.

Un’altra implicazione interessante è che questi dati mostrano come i gusti delle persone siano effettivamente molto più variegati di quanto si possa pensare, e che l’appiattimento culturale a cui assistiamo è realmente causato da una mancanza di alternative e di possibilità di scelta. Su iTunes praticamente ogni canzone del suo catalogo quasi infinito ha un pubblico…

Per chiunque venda beni o servizi al mercato di massa, quindi, il futuro è nella coda lunga, e nella capacità di indirizzare questa “massa di mercati” in maniera efficiente e profittevole. Questi concetti possono essere estesi anche al di fuori del mercato dell’intrattenimento, potendosi tranquillamente applicare ad esempio al mercato dei servizi di telecomunicazione (che è quello di mio interesse); in questo momento, infatti, gli operatori stanno trasformandosi (o saranno costretti a farlo) per poter fronteggiare la concorrenza che viene da nuovi fronti (Skype, Google, ecc.). Ed una delle fonti di nuovi guadagni con il maggiore potenziale è rappresentata proprio dall’introduzione di servizi innovativi “di nicchia” che indirizzano le esigenze della “coda lunga”.

venerdì 15 febbraio 2008

Yahoo!, Microsoft and the others

February 1st, 2008: Microsoft makes an unsolicited bid to acquire Yahoo!; the bid values Yahoo! shares at $31 a share, for a total amount that reaches $44.6 billion (a 62% premium on Tuesday closing price). It seems that, some months ago, Yahoo! already rejected other Microsoft proposals, for a commercial partnership or a merging. Microsoft’s goal, according to the analysts, is the on-line advertising market ($45 billion in 2007, $75 billion in 2010), at the moment dominated by Yahoo!’s main competitor, Google.

February 11th, 2008: Yahoo! rejects Microsoft’s offer. Internet people, however, do not rejoice for the defeat of the Redmond company; looking at Internet tech forums and blogs, in fact, most people believes that “only a union Yahoo!/Microsoft can prevent Google to seize the whole planet”. There are many Google’s “disappointed lovers” that believe that Google’s unique interest is to annihilate competition rather than innovate its services. It’s always the same story: when you are the number one (Google scores 55% of all Internet searches, Yahoo! 17% and Microsoft/MSN only 5%), you are also the most hated…

However, nobody should forget that Yahoo! itself is a company whose unique purpose is to “create value for the shareholders”, as its CEO and cofounder, Jerry Yang, remarked many times during these days. The reason for the rejection, in fact, is that Microsoft’s offer “undervalues the company” and that they won’t consider an offer below $40 per share. Microsoft should offer about $15 billion more…

February 12th, 2008: Microsoft confirms its interest in Yahoo! and declares that they reserve “the right to pursue all necessary steps to ensure that Yahoo!’s shareholders are provided with the opportunity to realize the value inherent in our proposal”… it sounds slightly threatening, doesn’t it? In the meantime, other “giants” come closer, as they realize there’s the possibility they can make a good deal: Google, ready to lend a hand to the old enemies of Yahoo! (a selfless help, in the name of Internet freedom… if you can believe it!); AOL/Time Warner, that in the past was to acquire Yahoo!; and Disney Corporation (by the way, one of Disney’s shareholders is Mr Apple, Steve Jobs).

February 14th, 2008: Internet rumors claim that an offer by News Corporation (owned by Rupert Murdoch) to acquire 20% of Yahoo! is very likely. News Corp owns Sky, Fox News and some tens of newspapers all over the world, and that last year acquired Wall Street Journal. News Corp’s purpose is to integrate with Yahoo! its Fox Interactive Media that also includes MySpace, the popular social networking site. This news is not confirmed, but it made Yahoo! shares reach $30 a share. According to the same rumors, Microsoft is ready to offer (in a couple of days) $35 a share, believing that Yahoo! acquisition is the best way to fill the gap with Google… and to remove on of its major competitors!

Come back for the next episodes of this soap opera!

giovedì 14 febbraio 2008

[IT] Yahoo!, Microsoft e gli altri

English version will follow soon…

1 febbraio 2008: Microsoft presenta un’offerta ostile di acquisizione su Yahoo! a 31 dollari per azione, per un controvalore complessivo di 44,6 miliardi di dollari (62% in più rispetto al prezzo di chiusura del giorno precedente). Sembra che, nei mesi passati, Yahoo! Abbia rifiutato altre proposte di Microsoft, per una partnership commerciale o una fusione. La posta in gioco, secondo gli analisti, è principalmente quella della pubblicità on-line ($45 miliardi nel 2007, $75 miliardi nel 2010), che al momento vede come attore principale il maggiore concorrente di Yahoo!, Google.

11 febbraio 2008: Yahoo! rifiuta l’offerta di Microsoft ma, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, il popolo di Internet non esulta ad una sconfitta del gigante di Redmond; leggendo forum e blog degli addetti ai lavori, infatti, si scopre che la maggioranza ritiene che solo “una combinazione Yahoo!/Microsoft può impedire a Google di impadronirsi dell’intero pianeta”. Ci sono molti “innamorati delusi” di Google, che ormai sembra più interessata ad annientare la competizione più che ad assicurare l’innovazione. È sempre la stessa storia: i primi della classe (Google totalizza il 55% delle ricerche su Internet, contro il 17% di Yahoo! e il 5% di Microsoft/MSN, [fonte: Los Angeles Times]) diventano sempre antipatici a tutti…

Non va comunque dimenticato che la stessa Yahoo! è una azienda il cui unico scopo è quello di “creare valore per gli azionisti”, come ha più volte rimarcato il suo CEO e co-fondatore Jerry Yang. Le ragioni per il rifiuto, infatti, sono che per Yahoo! l’offerta è troppo bassa, e che non prenderà in considerazione nessuna offerta sotto i 40 dollari per azione. Microsoft dovrebbe tirar fuori un’altra quindicina di miliardi di dollari! Mi fa un po’ impressione parlare di cifre simili, fatico anche solo ad immaginarle…

12 febbraio 2008: Microsoft ribadisce il suo interesse in Yahoo! e dichiara che si riserva “il diritto di perseguire ogni azione necessaria per assicurare che gli azionisti di Yahoo! abbiano l’opportunità di approfittare del valore della nostra proposta”… suona vagamente minaccioso, no? Intanto altri giganti si affollano alle spalle di Microsoft, fiutando un possibile affare: Google, pronta a dare una mano ad i vecchi nemici di Yahoo! (un aiuto disinteressato, nel nome della libertà di Internet… ma chi ci crede?); AOL/Time Warner, che già in passato stava per acquisire il motore di ricerca; e buon ultima la Disney (che tra i suoi azionisti ha Mr Apple, Steve Jobs).

14 febbraio 2008: voci su Internet danno per molto probabile un’offerta della News Corporation di Rupert Murdoch per l’acquisizione del 20% di Yahoo!. News Corp possiede Sky, Fox News e decine di giornali in tutto il mondo e che lo scorso anno ha acquisito lo storico “Wall Street Journal”; l’idea di News Corp è quella di integrare con Yahoo! la sua Fox Interactive Media, che include anche MySpace, il popolare sito di social networking. Le notizie non sono confermate, ma hanno già portato ad un rialzo le quotazioni di Yahoo! che hanno sfondato quota 30 dollari ad azione. Secondo le stesse indiscrezioni, Microsoft è pronto ad offrire (entro un paio di giorni) 35 dollari per azione, reputando l’acquisizione di Yahoo! la soluzione migliore per accorciare le distanze che la dividono da Google… e per eliminare uno dei più temibili concorrenti!

Prossimamente le prossime puntate di questa telenovela!

giovedì 7 febbraio 2008

Hype: Qtrax and more

I am sure you all have heard about Qtrax in the last days; it’s the P2P service that, according to the last week announcement at MIDEM in Cannes, should enable people to download music for free. If you want to enjoy a 25 million songs catalogue, all that you have to do is to put up with some advertising on the Qtrax website.

Qtrax boss announced that they already had agreements with the major record companies, including EMI, Universal Music and Warner Music.

If you believe that it’ too beautiful to be true, you are definitely right.

After a few days, in fact, it come out that Qtrax had no agreement with any record label. So what was all this hype for? Maybe just free promotion, just a way to draw the media attention on Qtrax.

Two considerations came to my mind. First of all, that maybe Qtrax business model has some flaws; it’s unlikely that record companies will publish electronic copies of their hits without any kind of control. Qtrax claims to protect the songs using DRM, but all the previous attempts from the record companies to protect music with DRM have completely failed. Moreover, DRM-protected songs do not work on the iPod, which uses a different protection system. Qtrax CEO pretends they will have a way to make their songs compatible with iPod, but do not explain how. It would be a commercial suicide for any music store to be incompatible with the most successful mp3 player in the world.

The second consideration is about the carelessness and inaccuracy of many newspapers and televisions (like Repubblica in Italy or Times) that published Qtrax announcements without verifying if they were true. I don’t think this is the right way to be a “good journalist”, it would have been easy to contact the record companied and ask them about the existence of the presumed agreements with Qtrax.

Another example of “hype with little content” is represented by a movie that was just released last weekend in Italy: Cloverfield. In the US this movie, in the first weekend, was the greatest success of all times. This outcome was achieved as a result of a rigorous and elaborated marketing strategy by the producer J.J. Abrams, which also leveraged on the post 9/11 “paranoia”.

After the first weekend, the success was greatly reduced, because, also according to the reviews that I read, Cloverfield is a mediocre movie… however, J.J. Abrams can be happy, because the movie has already paid its costs.